Il 22 e 23 marzo 2026 l’Italia è chiamata a un referendum costituzionale confermativo sulla riforma della giustizia (la cosiddetta “Riforma Nordio“). Trattandosi di un referendum costituzionale (ex art. 138), non è previsto il quorum: la riforma passerà se i “Sì” supereranno i “No”, a prescindere da quanti cittadini andranno a votare.

Perché dire NO al referendum e a una giustizia sotto scacco
L’immagine a corredo di questo post è una mia idea realizzata con Google Gemini e Nano Banana Pro.

I pilastri della Riforma

Il cuore della legge costituzionale n. 253 del 30 ottobre 2025 tocca tre nervi scoperti del sistema giudiziario italiano.

Separazione delle carriere: giudici (chi giudica) e Pubblici Ministeri (chi accusa) avranno percorsi distinti fin dall’ingresso in magistratura. Non sarà più possibile passare da un ruolo all’altro.

Sdoppiamento del CSM: nasceranno due Consigli Superiori della Magistratura distinti, uno per i giudici e uno per i PM.

Il Sorteggio: per limitare il peso delle “correnti” (così dicono i sostenitori della riforma), i membri togati dei due CSM saranno scelti tramite sorteggio.

Alta Corte Disciplinare: un nuovo organo per giudicare gli illeciti dei magistrati, esterno ai due CSM.

Attacco alla magistratura

La premier Giorgia Meloni si fa intervistare in TV e rilancia video per convincere a votare SI per il referendum sulla giustizia. Per farlo usa toni contro la magistratura. Se il capo del potere esecutivo, per sostenere il voto al referendum, attacca in maniera scomposta un altro potere dello Stato, qualche dubbio sugli obiettivi reali della riforma è più che legittimo.

Inoltre, quando Giorgia Meloni parla di “potere giudiziario necessario per governare“, parole sue, dimostra di non conoscere l’architettura istituzionale dello Stato e le basi più elementari della suddivisione dei poteri. Il potere giudiziario non serve a “governare”: serve a garantire che chi governa lo faccia nel perimetro della legge.

A questo si aggiunga quanto dichiarato da Giusi Bartolozzi, capa di Gabinetto del ministro Nordio, la quale ammette, senza mezzi termini, che il vero obiettivo di chi oggi governa è “togliere di mezzo la magistratura“.

Basterebbero queste considerazioni per votare NO senza se e senza ma. Tuttavia, entrando nel merito della riforma, i motivi per votare NO sono ancora più numerosi. Proverò a spiegarli brevemente, cercando di guardare oltre la cronaca e puntando dritto al cuore della nostra convivenza civile.

La separazione delle carriere

Oggi, in Italia, vige la separazione delle funzioni. Significa che un magistrato vince un unico concorso, riceve la stessa formazione e condivide la stessa “cultura della giurisdizione” dei suoi colleghi. Può capitare che un magistrato inizi come Pubblico Ministero (l’accusa) e poi, dopo anni, scelga di diventare Giudice (chi decide). Questo passaggio, già oggi rarissimo, è però fondamentale: garantisce che chi accusa abbia sempre in mente la sensibilità e l’imparzialità di chi deve giudicare.

Con la separazione delle carriere, questo cordone ombelicale viene reciso. Il rischio, che molti giuristi sottolineano con preoccupazione, è la trasformazione del Pubblico Ministero in un “super-poliziotto”.

Oggi il PM è un magistrato e, per legge, ha il dovere di cercare anche le prove a favore dell’imputato. Se lo separiamo dalla cultura del giudice, diventerà un “avvocato dell’accusa” il cui unico obiettivo è vincere la causa, costi quel che costi.

Una magistratura requirente (i PM) isolata e staccata dai giudici diventa un corpo più fragile. In quasi tutti i paesi dove le carriere sono separate, il PM finisce prima o poi sotto il controllo del Ministero della Giustizia. È il primo passo verso una giustizia dove chi governa può decidere, indirettamente, chi deve essere indagato e chi no.

Si sbandiera questa riforma come la soluzione ai mali della giustizia, ma la verità è che non tocca minimamente la durata dei processi. È una riforma di “architettura del potere”, non di “servizio al cittadino”.

Due CSM: un’istituzione spezzata

La riforma prevede la nascita di due Consigli Superiori della Magistratura distinti. Invece di un unico organo che garantisce l’unità e l’indipendenza di tutta la magistratura, avremo due fazioni separate. Questo non farà che aumentare la frammentazione e indebolire la capacità della magistratura di resistere alle pressioni esterne.

Separare le carriere significa rinunciare all’idea che chi accusa debba avere lo stesso sguardo rigoroso e imparziale di chi giudica. È un impoverimento culturale prima ancora che giuridico.

Trovo molto utile questo video per visualizzare graficamente la differenza tra l’attuale sistema unitario e quello frammentato proposto dalla riforma.

Il sorteggio: la democrazia trasformata in lotteria

La proposta di scegliere i membri del CSM tramite un’urna non è solo una modifica tecnica: è una dichiarazione di resa. Si dice che serva a “spezzare le correnti”, quelle fazioni interne alla magistratura che tanto hanno fatto discutere negli ultimi anni. Ma la cura proposta è peggiore del male.

Oggi il Consiglio superiore della magistratura è composto da 33 membri: 3 di diritto, il Presidente della Repubblica, il Primo Presidente della Corte di Cassazione e il Procuratore generale presso la Corte di Cassazione. Gli altri 30 componenti sono elettivi: 20 magistrati togati, scelti direttamente dai colleghi tramite votazione, e 10 membri laici, eletti dal Parlamento in seduta comune tra professori ordinari di diritto e avvocati con almeno 15 anni di esercizio.

Per eleggere i membri laici è necessaria la maggioranza dei due terzi del Parlamento. Non è un dettaglio di poco conto poiché una maggioranza così ampia garantisce la necessità di accordi anche con le opposizioni allo scopo di scegliere figure il più possibile di alto profilo e condivise dalle forze politiche.

Con la riforma Nordio questo sistema verrebbe superato. Per la composizione dei due nuovi Csm cambia il metodo di selezione. È prevista una forte componente di sorteggio tra laici oltre ai membri di diritto. Un terzo dei componenti sarebbe sorteggiato da un elenco di professori universitari e avvocati con almeno 15 anni di esercizio, stilato dal Parlamento, e i restanti due terzi verrebbero scelti con sorteggio integrale tra i magistrati appartenenti al rispettivo ordine, senza voto e senza liste.

Il vero problema è che ancora non sono state disciplinate le norme sulla base del quale il Parlamento dovrà stilare le liste dalle quali poi verrebbero eletti i componenti di spettanza parlamentare. Tali norme saranno stabilite con legge ordinaria, non costituzionale.

È chiaro che, se anziché l’attuale maggioranza dei due terzi, la legge prevedesse la maggioranza semplice del 50%+1 dei parlamentari, qualsiasi maggioranza di governo eleggerebbe componenti di suo gradimento da cui poi sorteggiare i nomi da inviare al CSM.

È questo che si intende quando si dice che il governo vuole poter controllare la magistratura. Se il sorteggio si fa tra nomi graditi al governo, automaticamente tutti i sorteggiati risponderanno al governo e, votando tutti insieme possono avere i numeri per influenzare il CSM.

È un tragico paradosso: con la scusa di liberare la magistratura dalle correnti, la si consegna a una debolezza strutturale che non può che far piacere a chi sogna, come abbiamo visto, di “toglierla di mezzo”.

Un tribunale per i giudici

L’istituzione di un’Alta Corte Disciplinare esterna al CSM suona come un atto di sfiducia sistematico. Creare un organismo di controllo così marcatamente separato rischia di diventare una “spada di Damocle” sulla testa di chi deve decidere in piena autonomia. La giustizia non può funzionare se chi la amministra deve guardarsi costantemente le spalle da un organo che ha tutto il sapore di un tribunale speciale.

Il mio pensiero sulle urne

Scrivere di Pubblica Amministrazione e di diritto, come faccio in questa mia “officina” di pensieri, significa credere che le parole abbiano un peso e che le istituzioni abbiano un’anima. Questa riforma non vuole “efficientare” il processo – obiettivo che resta purtroppo lontano – ma sembra piuttosto voler ridisegnare i confini della libertà di giudizio.

Votare NO non significa dire che tutto va bene così com’è. Significa però rifiutare una soluzione che aggredisce l’equilibrio dei poteri per fini che poco hanno a che fare con la tutela dei cittadini e molto con il controllo della magistratura.

Il 22 e 23 marzo non saremo chiamati solo a barrare una casella, ma a proteggere la dignità di quella “scrittura civile” che è la nostra Costituzione. E aggiungo una considerazione che può sembrare superficiale ma che ritengo di vitale importanza: nonostante i difetti che può avere la nostra Carta costituzionale, non vedo all’orizzonte alcuna classe dirigente politica, tantomeno questa destra, che possa pensare di modificarla senza il rischio di gravi danni sociali e giuridici.


Domenico A. Di Renzo

Funzionario pubblico | Giurista esperto in Diritto Amministrativo, Diritto d’Autore e Pubblica Amministrazione | Scrittore e blogger
Biografia completa qui.

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