Parliamoci chiaro: in Italia siamo da qualche anno ossessionati dalle riforme della Pubblica Amministrazione. Va benissimo. Abbiamo bisogno di efficienza, investimenti, transizione digitale e respiro internazionale.
C’è però un luogo, dentro la PA, che non può essere gestito o trattato alla stregua di un qualsiasi altro ente pubblico. Un’istituzione del nostro Paese in cui la posta in gioco è infinitamente più alta della “semplice” efficienza: sto parlando ovviamente dell’istituzione che conosco meglio, l’università.
No, l’università non è un ufficio qualsiasi. Non è un’azienda che deve solo “far quadrare i conti”. È la cattedrale del nostro pensiero critico, l’unico vero spazio dove la ricerca deve essere libera da guinzagli politici ed economici.

Cosa sta succedendo?
Con il decreto n. 1591/2024 del Ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, è stato nominato un “Gruppo di lavoro per lo svolgimento di attività di supporto al Ministro per analisi, studio ed elaborazione di proposte di revisione in materia di reclutamento e di qualità dell’offerta formativa, dell’assetto e della governance della valutazione dell’università e della ricerca, nonché di revisione della struttura e del funzionamento degli organi consultivi del Ministero dell’università e della ricerca.“
Da indiscrezioni trapelate recentemente, il gruppo di lavoro avrebbe emanato proposte di intervento per la riforma della governance degli Atenei italiani. Tali proposte inciderebbero profondamente sulla legge più importante del settore, la n. 240/2010 (legge Gelmini).
Voglio essere chiaro: da decenni il nostro sistema universitario respinge i tentativi della politica di mettere le mani nella sua governance. Ma adesso, con una maggioranza che opera quotidianamente quasi indisturbata, il rischio che quei tentativi vadano a segno è troppo alto.
Il vero nodo non è tecnico ma democratico
Quando parlo di governance accademica rischio di risultare noioso. In fondo, può sembrare un dettaglio per addetti ai lavori.
E invece non è così! Siamo tutti coinvolti, anche da semplici cittadini, in quest’opera di distruzione dell’autonomia universitaria che sta portando avanti il governo.
Quello che vedo circolare nelle bozze di legge, nelle proposte sulla valutazione e nella riorganizzazione dei vertici universitari, mi agita non poco. Il leitmotiv è sempre lo stesso: aumentare il controllo politico sugli organi decisionali degli atenei.
Come intende agire il governo? In maniera semplice, ma direi letale:
– intervento diretto del governo nelle nomine. Che si tratti dei consigli di amministrazione, dei nuclei di valutazione o persino dei vertici dell’agenzia nazionale di valutazione (ANVUR), l’ago della bilancia si sposta verso il potere esecutivo.
Il risultato è banale, ma spaventoso: meno partecipazione interna significa più controllo esterno.
Quando l’università non può scegliere i suoi vertici in autonomia, di fatto smette di essere ciò che la nostra Costituzione ha disegnato e diventa un organo eterodiretto.
La democrazia accademica non è un concetto astratto
Persone di mia conoscenza considerano la democrazia accademica un concetto antiquato, da professori con la pipa. In realtà, è esattamente il contrario.
La democrazia accademica è il nostro presidio di difesa perché garantisce cose molto concrete:
- separazione netta tra chi studia e ricerca rispetto a chi detiene il potere politico;
- pluralismo delle idee scientifiche;
- libertà di cattedra e di ricerca (fondamentale!);
- la possibilità per noi tutti (studenti, ricercatori, docenti) di condividere la responsabilità delle scelte.
Se un governo – di qualunque colore, lo sottolineo – mette le mani su questi meccanismi, sta intaccando la sorgente stessa della libertà intellettuale del Paese.
Il mio timore più grande
Da giurista e funzionario, conosco bene i meccanismi amministrativi, soprattutto quelli peculiari dell’università, e proprio per questo sono seriamente preoccupato. Il processo è silenzioso, mascherato da “revisione tecnica”, ma politico fino al midollo.
La logica d’azione che vedo delinearsi è chirurgica e pericolosa:
- si agisce sulla valutazione della ricerca;
- si orientano i finanziamenti in base a quella valutazione;
- si infiltra la governance (CdA, rettori);
- si decide, indirettamente, che tipo di università siamo autorizzati ad essere.
Il rischio è che le nostre università, da luogo di riflessione critica, diventino una propaggine del potere politico del momento. È già successo al sistema sanitario; sappiamo bene con quali danni enormi!
A qualcuno tutto questo potrebbe far piacere ma, credetemi, non si tratta di una battaglia ideologica, di bandiera, di arroccamento da parte di una categoria. Si tratta di una battaglia costituzionale che, come tale, dovrebbe interessare tutte e tutti. L’autonomia accademica è il nostro scudo contro l’arbitrio.
Un sistema sotto controllo politico è più povero, meno libero e, ironia della sorte, infinitamente meno efficiente.
Cosa facciamo ora? Dobbiamo parlare!
Sto scrivendo questo articolo perché non voglio limitarmi agli slogan ma diffondere tra i miei lettori la consapevolezza della gravità di ciò che sta accadendo.
Dobbiamo alzare la voce, informare e spiegare cosa c’è in gioco in queste “riforme tecniche”. dobbiamo smettere di pensare che l’autonomia universitaria sia una battaglia per i privilegi di categoria. È invece una battaglia civile per la qualità della nostra democrazia, la nostra capacità di innovare e il nostro futuro.
Servono coraggio e chiarezza. È in gioco anche il futuro dei nostri giovani studenti, dei docenti e dei ricercatori attuali e futuri. È in gioco, di conseguenza, il concetto stesso di società che vogliamo immaginare per il futuro.

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