Sono belle e belli come il sole che illumina la Calabria in questo sabato di ottobre, le ragazze e i ragazzi delle scuole di Cosenza e provincia. Hanno organizzato e partecipato a manifestazioni, ieri e oggi, che si sono caratterizzate per il loro svolgimento pacifico e per il pieno rispetto dell’ordine pubblico.

Un dato apparentemente ordinario che, forse proprio per questo, sta passando inosservato.

Nel dibattito pubblico l’attenzione si concentra quasi esclusivamente sugli episodi di tensione e sugli scontri che accompagnano le mobilitazioni collettive. È accaduto a Torino, per esempio, e i mass media hanno acceso i riflettori solo sui disordini provocati da pochi infiltrati, che non vogliono certo il successo per le istanze delle piazze. E così accade che le forme di protesta rispettose delle regole democratiche raramente riescono a conquistare analoga visibilità mediatica e politica.

Si tratta di una dinamica, di un cortocircuito che merita una riflessione da parte di chi opera nelle istituzioni.

Il fondamento costituzionale della protesta pacifica

La protesta pacifica trova infatti il proprio fondamento in diversi principi costituzionali. Essa costituisce espressione della libertà di manifestazione del pensiero garantita dall’articolo 21 della Costituzione e del diritto di riunione riconosciuto dall’articolo 17. Non si tratta soltanto di libertà individuali, ma di strumenti attraverso i quali i cittadini partecipano alla vita democratica del Paese.

In questa prospettiva, la partecipazione non si esaurisce nel voto. L’articolo 3, comma 2, affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che limitano la partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Allo stesso modo, l’articolo 2 riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo nelle formazioni sociali nelle quali si svolge la sua personalità, valorizzando il ruolo delle comunità, delle associazioni e dei corpi intermedi.

Il caso di agricoltori e autotrasportatori

La stessa considerazione vale per le mobilitazioni che da giorni coinvolgono agricoltori e autotrasportatori. Al di là delle valutazioni di merito sulle singole rivendicazioni, ciò che dovrebbe interessare le istituzioni è la presenza di istanze collettive che cercano rappresentazione e interlocuzione nei confronti dei pubblici poteri.

Da questo punto di vista, il problema di chi detiene il potere esecutivo non è verificare se una protesta sia condivisibile o meno né, ancor meno, tacciare di comportamento illecito, come ha fatto il ministro Lollobrigida, chi prova a farsi sentire e lo fa pacificamente. Il problema in capo al governo è comprendere se il sistema istituzionale sia ancora in grado di intercettare e governare il dissenso attraverso canali ordinari di partecipazione e confronto.

Quando il dissenso diventa invisibile

Quando una manifestazione pacifica rimane sostanzialmente invisibile, il rischio è che il confronto pubblico finisca per concentrarsi esclusivamente sulle forme più radicali di conflitto. È un fenomeno che produce effetti distorsivi sia sul dibattito democratico sia sulla percezione dell’azione istituzionale.

Per la Pubblica Amministrazione questo tema richiama direttamente il principio di buon andamento sancito dall’articolo 97 della Costituzione. Un’amministrazione efficiente non è soltanto quella che assume decisioni tempestive e legittime, ma anche quella capace di ascoltare, spiegare, motivare e mantenere aperti canali di dialogo con cittadini, lavoratori e organizzazioni rappresentative.

Ascoltare non significa necessariamente accogliere le richieste avanzate. Significa però riconoscere la legittimità dell’interlocuzione, fornire risposte motivate e garantire quella trasparenza decisionale che costituisce uno degli elementi essenziali della fiducia tra istituzioni e cittadini.

In fondo, la questione più rilevante non riguarda le proteste che riescono a conquistare le prime pagine dei giornali. Riguarda quelle che restano invisibili.

Perché una democrazia costituzionale matura non dovrebbe interrogarsi soltanto sulla gestione dell’ordine pubblico, ma anche sulla capacità delle proprie istituzioni di rendere effettivi i principi di partecipazione, pluralismo e ascolto che la Costituzione pone a fondamento della convivenza democratica. In caso contrario, il rischio è che il cittadino percepisca la protesta non come uno strumento di partecipazione ma come l’unico mezzo rimasto per ottenere attenzione da parte delle istituzioni.


Domenico A. Di Renzo

Autore, scrittore, blogger. Scrivo di musica, attualità, PA e politica dal 1999.
Biografia completa qui.

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