Oggi ho bevuto il primo caffè al bar dopo mesi.
Un caffè normale.
Non lungo, come questo tempo sospeso, né corto, come i passi che potevamo fare intorno a casa.
È stato bello.
Certo, bisogna abituarsi al caffè servito in una tazza di plastica, come vogliono protocolli e buonsenso.

Due chiacchiere col barista che, per natura o per gratitudine non so, pone molta attenzione ai clienti. E maneggia con cura tutto ciò che tocca.
Siano attrezzi o parole.
Due chiacchiere che sembrano discorsi infiniti, epocali, dopo la tanta diffidenza dietro gli sguardi impauriti e nei gesti frettolosi degli ultimi mesi.

La plastica rende il caffè molto più bollente della ceramica, vero?“, mi chiede. Probabilmente ha notato con quanta perizia soffio il liquido. Gli sarà sfuggito che anch’io voglio maneggiarlo con cura questo momento.
Sì, molto. Però il caffè mi piace bollente“.
Mi sembra giusto ricambiare la cortesia e così gli faccio i complimenti: “Io lo prendo senza zucchero e per questo posso dire che è davvero un buon caffè“.

Caldo.
Non solo per via della plastica.
Buono.
Non solo per via dello zucchero.
È la vita che ricomincia.
Sembra tutto nuovo.
E per me lo è.
Questo bar.
Questo barista.
Questa città.
Ricominciamo. In tutti i sensi.