Ho riflettuto per mesi su cosa significhi davvero scrivere per la Pubblica Amministrazione. Si tratta di una mediazione tra Stato e cittadini, rispettare leggi e regolamenti è solo una parte del processo.

Purtroppo, la cronica oscurità del linguaggio istituzionale ha un costo altissimo in termini di tempo, produttività ma, soprattutto, fiducia da parte dei cittadini.

Chi mi segue sa bene ormai che considero la trasparenza linguistica un vero e proprio dovere civico molto più che un esercizio di stile.

Questo articolo è un mio ulteriore invito a ridefinire il nostro approccio alla scrittura da un punto di vista etico.

L'etica della scrittura il linguaggio trasparente è un dovere civico

Il linguaggio come potere: l’asimmetria informativa

Il primo principio dell’etica è riconoscere che il linguaggio amministrativo detiene un potere immenso. Chi scrive è in posizione di superiorità poiché detiene le informazioni e le regole; chi legge è invece in una posizione di dipendenza, deve comprendere per agire.

Quando l’ente usa il burocratese – pieno di latinismi, costrutti complessi e acronimi interni – esaspera questa asimmetria informativa. Di fatto, crea cittadini di serie A (che capiscono il codice) e cittadini di serie B (che devono pagare per farsi tradurre la legge).

È evidente che si tratta di un’ingiustizia comunicativa. La scrittura etica richiede che chi detiene il potere si sforzi attivamente di renderlo accessibile a tutti, come una forma di giustizia sociale applicata.

I tre pilastri dell’etica della scrittura pubblica: assumersi la responsabilità delle parole

La scrittura etica si basa su tre principi pratici che ogni professionista della PA dovrebbe applicare: chiarezza, trasparenza, umiltà.

Principio di chiarezza

L’ambiguità espone l’ente al rischio di interpretazioni errate e di contenzioso. È necessario scegliere sempre la parola più semplice e diretta che veicoli il significato legale corretto. 

Qualche esempio? Non usare “qualora” se puoi usare “se“; non usare “disporre” se puoi usare “decidere“.

Principio di trasparenza

Le frasi passive e nominali nascondono il soggetto. Un tempo le usavo anch’io, mi uniformavo al modo di fare preesistente al mio arrivo in ufficio. “Si è provveduto…“, quanti di noi dipendenti pubblici abbiamo scritto o letto questa frase?

Usare la forma attiva per rendere chiaro chi è responsabile dell’azione. Questo è fondamentale per l’accountability e la fiducia pubblica.

Principio di umiltà

Il documento è scritto per il lettore, non per soddisfare il bisogno dell’autore di sembrare colto o importante.

Il mio consiglio è sempre quello di rileggere il testo con gli occhi di un cittadino non esperto. Se c’è un termine tecnico, va spiegato. Se il paragrafo è lungo, va diviso in mini paragrafi.

Il linguaggio come servizio civico

La scrittura trasparente è una dimostrazione di forza democratica e di efficienza professionale, non una debolezza.

Per me, la chiarezza linguistica è una forma di minimalismo digitale: togliere il superfluo per lasciare solo l’essenziale, che è la comprensione. È un dovere di diligenza, un obbligo morale.

L’impegno quotidiano nel riscrivere un verbale, una circolare o una e-mail è un servizio civico molto prima che un compito lavorativo. Ed è fondamentale per agevolare la fiducia degli utenti e dei cittadini nei confronti del proprio ente pubblico.

Costruiamo insieme una PA migliore

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Domenico A. Di Renzo

Funzionario pubblico | Giurista esperto in Diritto Amministrativo, Diritto d’Autore e Pubblica Amministrazione | Scrittore e blogger | Autore di “Scrivere la PA - Scrittura Creativa per la Pubblica Amministrazione”
Biografia completa qui.

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