Vite sommerse. Morte.
Questo sono i corpi che il mare sta restituendo davanti alle coste della Calabria.
E di altre regioni del Sud affacciate su quello specchio che è vita.
E che può farsi morte.
Alla fine ci sono riusciti a raggiungere la terra disegnata nelle loro speranze.
Ci sono riusciti.
Da morti.
Perché questo sono loro.
Vite sommerse da vive. E, per questo, ancora di più da morte.
Si tende a non parlare di loro, a mantenere celate le loro identità. Le testate nazionali, i tg nazionali, preferiscono parlare di Olimpiadi e di Sanremo.
E del marciume che ruota intorno alla politica.
La politica che ha fallito.
Quella che non ha saputo dare un senso alle speranze di quelle vite ma che almeno ha provato a non parlarne come fossero tutti numeri senza valore.
E quella, la politica, che invece ha giocato sulla loro pelle, ignorandoli quando andava bene, deridendoli quando andava male.
E che ora tace.
Che dire di quelle vite sommerse, morte, adesso che lo sono davvero?
Che dire senza vergognarsene, senza sprofondare?
Forse per questo tacciono.
Meglio festeggiare le medaglie olimpiche.
Sommerse, morte anche loro, affogate nell’ipocrisia che intorno tutto vada bene.
Medaglie pronte a lasciare la linea a Sanremo.
Show must go on.


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