L’Animale si muove all’ombra di corridoi di cemento; dentro di essi, con rara maestria, ha costruito cunicoli e nicchie protette, lontane dagli occhi indiscreti degli altri predatori.

La sua vera tana si estende però oltre la dimensione materiale. Non possiede zanne visibili ad occhio nudo, la bestia. Non possiede artigli affilati, eppure la sua capacità di sbranare supera quella di qualsiasi predatore della savana. 

È una creatura singolare, dicono gli esperti, mostruosa. L’unica capace di uccidere a distanza senza bisogno di affondare i denti nella carne dei malcapitati. Le basta un soffio. Un sibilo energetico lanciato nel vuoto.

Se lo osservi da lontano, quando è isolato dal resto della specie, l’Animale sembra quasi inoffensivo. Ha uno sguardo opaco, curvo su se stesso, costantemente concentrato su un piccolo guscio luminoso che tiene stretto tra le zampe anteriori. Quel guscio è il suo organo vitale supplementare. È da lì che trae il nutrimento, è da lì che espelle il veleno che gli serve per la sopravvivenza.

Il vero pericolo, però, si manifesta quando gli esemplari si radunano. L’Animale non conosce la compassione del lupo che caccia per sfamare i cuccioli, né la sacralità territoriale della tigre. Quando si unisce al branco, la sua fisionomia cambia. Perde ogni traccia di barlume individuale per confondersi in una massa informe e ribollente. In quel momento, la bava della rabbia comincia a colare. Le altre specie uccidono per fame, per difesa, per istinto riproduttivo. Lui no. Lui non ha bisogno di questo per mostrare la sua vera natura: gli basta intercettare un odore diverso, un colore della pelle che non riconosce come simile, un movimento che non rispetta le rigide e invisibili leggi della muta.

Nelle piazze digitali, le sue fauci si spalancano in un ringhio silenzioso fatto di simboli e di impulsi elettrici. Sono le occasioni in cui l’Animale dà il meglio di sé. Protetto dall’anonimato della boscaglia virtuale azzanna i più deboli, sventra la reputazione dei suoi stessi simili, gode nel vedere la preda sanguinare isolata dal resto del gruppo. Non c’è ferocia più pura di quella che si consuma al riparo da ogni reazione. Chi cade sotto i suoi colpi non ha scampo; il branco si avventa sulla carcassa mediatica con un sadismo che non ha l’obiettivo della sopravvivenza ma soltanto quello del semplice e nudo intrattenimento.

Ma l’Animale sa essere terrificante anche quando si sposta fuori dal nido. Lo si riconosce, quando attraversa le città, nei fasci di luce abbagliante che proietta contro chi rallenta il suo passo, nelle grida sgraziate che lancia dalla scatola di metallo che a volte usa per spostarsi, nel disprezzo viscerale per l’esemplare ferito che incrocia sul marciapiede e che scavalca senza voltarsi. Se vede un suo simile proveniente da un altro territorio, l’Animale drizza il pelo. Ringhia. Chiede gabbie, barriere, respingimenti. Mostra i denti del pregiudizio, terrorizzato dall’idea di dover spartire anche solo una briciola del suo spazio vitale.

Non esiste in natura un’altra bestia capace di tanta gratuita crudeltà. La creatura trae piacere dal dolore altrui, si nutre della degradazione del suo vicino, gode nell’erigere muri e nel guardare gli altri affogare, nel fango di una strada o di una gogna pubblica. La sua mancanza di empatia è una piaga profonda, un vuoto biologico che lo rende immune al rimorso.

Nessuno sa come fermare la sua avanzata, né come arginare la bava d’odio che lascia dietro di sé nei commenti sotto una notizia, nelle risse per un parcheggio, negli sguardi carichi di razzismo sui mezzi pubblici.

Solo quando lo schermo del guscio si spegne e il flusso di veleno si interrompe, l’Animale alza la testa dal display. Si guarda intorno nella stanza buia, si alza dalla sedia e si dirige verso il bagno. Accende la luce, solleva lo sguardo e, nello specchio sopra il lavandino, finalmente, incrocia i suoi stessi occhi.

Posa le mani sul lavabo, espelle il calore del suo respiro umano e si sistema il colletto della camicia. Adesso è pronto a uscire di casa e confondersi con gli altri.

In mezzo agli altri ma solo.
Finalmente innocuo.
Sicuramente più falso.
Indubbiamente vigliacco.


Domenico A. Di Renzo

Funzionario pubblico | Giurista esperto in Diritto Amministrativo, Diritto d’Autore e Pubblica Amministrazione | Scrittore e blogger
Biografia completa qui.

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