Chi non ha mai vissuto lontano dai propri affetti non può capire cosa significhi vivere fuori. Che sia il Nord, che sia l’estero o che sia lo stesso Sud per i nati altrove, vivere fuori è un concetto che, come il mare d’inverno cantato da Loredana Bertè, la mente non considera.

Vivere fuori significa, per esempio, vedere i tuoi genitori una o due volte l’anno e ogni volta vederli invecchiare più velocemente di come archivi i fogli di un calendario.

Vivere fuori significa non poterli aiutare nelle faccende di ogni giorno. Dalle più semplici, come cambiare una lampadina in casa o fare la spesa, alle più complesse e dolorose, come accompagnarli in ospedale.

Vivere fuori vuol dire che un giorno qualcuno ti chiama e tu corri in auto, treno o aereo, che sia giorno o che sia notte, che sia bello o brutto tempo. E se sei fortunato – azz, che fortuna! – incroci i loro occhi per l’ultima volta prima che li chiudano per sempre.

Vivere fuori vuol dire sapere della nascita dei tuoi nipotini ma non poterli vedere nei loro primi giorni o mesi di vita. Significa che li vedrai attraverso le foto e le videochiamate. E quando finalmente potrai incontrarli di persona, per te sono la nipotina o il nipotino, per loro sei un adulto come tanti che sorride ai bambini come uno scemo. Come fanno tutti gli adulti.

Vivere fuori significa questo e molto di più. E ai tempi del coronavirus, della caccia agli untori, una moderna caccia alle streghe, vuol dire anche aver paura di tornare, dopo tanto tempo che ci provi, perché capita che la tua occasione arrivi proprio di questi tempi. 

Tempi pazzi, in cui molto più che il VIAGGIO devi preparare il RITORNO. 

E quindi fai una quarantena volontaria. E lunga! Cinquanta giorni. Un tempo fatto di smart working e spesa a domicilio. E quando arriva il momento di partire, quando le autorità ti autorizzano a PARTIRE e ad oltrepassare confini diventati sempre più… spinosi, capita che viaggi per 8 ore, 800 chilometri e che, parafrasando De Gregori, non fai più fermate neanche per pisciare… perché chissà chi è passato da quell’autogrill. Basta un attimo per vanificare quei cinquanta giorni.

Poi arrivi a destinazione.
Non sei più “fuori”, sei “a casa”. Ci metti quasi 15 giorni a capirlo. Sono i giorni della quarantena, obbligatoria per tua moglie e tuo figlio e volontaria per te, che per motivi di lavoro sei autorizzato a uscire. 

Però non lo fai.
Arrivi in anticipo di 15 giorni rispetto all’inizio della tua nuova vita professionale. Lo fai per usare ulteriori e non richieste precauzioni. Rispettoso degli amici, dei familiari, della tua gente. 

E di questa terra, tornata dopo tanti anni di nuovo “tua”. Vivere fuori ti insegna, tra le tante cose, a capirla. Ad accettare i suoi difetti e a godere dei suoi pregi. 

Proprio come si fa IN amore. Proprio come si fa PER amore.