È bastata la prima giornata di vero autunno. Il primo abbassamento termico degno di questo nome, la prima vera perturbazione stagionale, e al Sud stiamo già contando i danni. Ma non facciamone una questione di campanile, non è una banale diatriba tra Nord e Sud: la verità è che l’intero territorio nazionale è ormai diventato drammaticamente fragile, un castello di carte sotto la pioggia.
A questa fragilità cronica si aggiunge il grande elefante nella stanza: il cambiamento climatico. Un’emergenza che ancora in troppi si ostinano a negare, comportandosi esattamente come un traditore che, pur essendo stato scoperto dalla moglie di fronte al fatto compiuto, si sente in dovere di continuare a negare l’evidenza. Ad ogni costo e rasentando il ridicolo.
Le Cassandre irrise: da Greta ai Fridays for Future
E pensare che eravamo stati avvisati. Quando Greta Thunberg iniziò a scioperare da sola davanti al parlamento svedese nel 2018, i “genialacci” della vita, gli esperti tuttologi da salotto, la deridevano. Quando ha attraversato l’oceano Atlantico su una barca a vela a zero emissioni per gridare il suo celebre “How dare you!” (Come osate!) ai leader mondiali dell’ONU nel 2019, l’hanno trattata come una ragazzina isterica. Eppure, aveva ragione lei.
Lo stesso trattamento paternalistico è stato riservato ai giovani di Fridays for Future. Milioni di ragazzi scesi in piazza in tutto il mondo, non per “saltare un giorno di scuola” (come blaterava qualche politico benpensante), ma per pretendere il rispetto degli Accordi di Parigi e ascoltare la scienza. Hanno alzato la voce contro coloro che alle nuove generazioni hanno lasciato in eredità soltanto debiti e un pianeta rotto, e in cambio hanno ricevuto solo pacche sulle spalle e zero fatti.
La scienza inascoltata e le poltrone inossidabili
Oggi, al grido di questi giovani si unisce quello dei professionisti che il territorio lo studiano palmo a palmo. Mi riferisco in primo luogo a geologi come il dott. Carlo Tansi, che non smette quotidianamente di denunciare i pericoli immensi che il mondo, e la Calabria in particolare, stanno correndo.
Anche lui finisce regolarmente inascoltato. Sbatte contro un muro di gomma eretto da una classe dirigente che preferisce impiegare le proprie energie a inventarsi nemici immaginari pur di distrarre l’opinione pubblica, e a studiare formule chimiche per non far evaporare la colla che li tiene saldamente attaccati alle poltrone.
Meno decreti farsa, più prevenzione: il caso “Italia Sicura” e cosa serve ora
Facciamo i conti con la realtà: l’inverno non è ancora arrivato, l’autunno è appena iniziato e l’estate torrida dei mari bollenti non è un lontano ricordo, ma la causa innescante di queste precipitazioni estreme. In questo scenario, sfornare “decreti d’urgenza” per risolvere problemi inesistenti mentre la terra finisce sott’acqua è pura follia.
La verità è che gli strumenti per agire li avevamo, ma li abbiamo smantellati per biechi calcoli politici. Un esempio emblematico? “Italia Sicura”, la struttura di missione voluta dal governo di Matteo Renzi nel 2014. Era una task force operativa, con fondi stanziati e poteri di snellimento burocratico, dedicata esclusivamente alla lotta al dissesto idrogeologico e all’edilizia scolastica. Funzionava? Stava sbloccando cantieri fermi da decenni. Eppure, nel 2018, il governo Conte I, quello dell’alleanza con la Lega Nord di Salvini, decise di chiuderla, cancellandola con un tratto di penna solo perché portava la firma dell’avversario politico. Un capolavoro di miopia.
Se vogliamo davvero smettere di contare i danni a ogni acquazzone, servono misure normative drastiche e immediate:
- Riesumare una task force centrale (modello Italia Sicura): serve una struttura commissariale permanente che scavalchi la burocrazia ordinaria, sblocchi i miliardi di euro spesso già stanziati ma fermi nei cassetti e realizzi le opere di contenimento (argini, vasche di laminazione, pulizia dei fiumi);
- Una vera legge sul consumo di suolo a saldo zero: l’Italia è soffocata dal cemento. Continuiamo a costruire in aree a rischio esondazione. Serve una legge nazionale severa che impedisca nuove edificazioni su suolo vergine, incentivando esclusivamente il recupero dell’esistente;
- Piani di Adattamento Climatico vincolanti per i Comuni: l’accesso ai fondi statali per gli enti locali deve essere subordinato all’adozione di veri piani di prevenzione climatica. Dobbiamo smettere di spendere 10 euro per ricostruire dopo un disastro, quando basterebbe spenderne 1 in prevenzione.
Smettiamo di fare la parte del traditore colto in flagrante. L’evidenza è fuori dalla finestra, ed è già coperta di fango. Purtroppo non potrà essere la classe politica attuale a spalare, presa com’è da una campagna elettorale spietata e già in pieno svolgimento.
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