Shahd Abdul-Razzaq al-Najjar aveva solo otto anni e si stava preparando per andare a scuola, a Gaza City, quando un drone ha spezzato la sua vita.
Leggere la sua storia, guardare il suo bellissimo viso nelle foto diffuse dai media e pensare ai bambini, di Gaza e di tutte le guerre ignorate in giro per il mondo, che continuano a morire senza cure, senza medicine, sotto le bombe nell'indifferenza generale, mi ha lasciato un dolore profondo.
Di fronte a questa ennesima tragedia ho sentito il bisogno di trasformare la rabbia e l'impotenza in parole.

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I BAMBINI DI GAZA
Aveva otto anni, Shahd.
Aveva otto anni e un viso bellissimo.
Era davvero bella, Shahd.
Di quella bellezza intatta e fiera
di chi deve ancora iniziare a scrivere il mondo.
Si stava preparando per andare a scuola, Shahd
in quella zona di Gaza City che chiamano…
Ma no!
Chi cazzo se ne frega di come chiamano quella zona!
Poteva essere un angolo qualsiasi di Gaza
ché tanto lì non c’è zona migliore di altre
non c’è strada più sicura di altre
non c’è niente più che sia a misura.
Di esseri umani, di tutto
di bambini, soprattutto.
Uno zaino da sistemare
forse un quaderno
i capelli da ordinare.
Mi sembra di vederla
mi sembra di toccarli quei gesti antichi dell’infanzia.
Per noi occidentali
sono gesti che sanno di domani
quotidiani, da sempre quasi banali.
Banali anche altrove, forse
non a Gaza.
Sotto quel cielo minaccioso e nero
che si è inghiottito una bambina, una figlia
il domani è un lusso che si disintegra in un battito di ciglia.
Sotto quell’orrore di cui certi militari sono fieri e prigionieri
il domani non è piu domani.
E forse non è stato mai davvero ieri.
È toccato al ronzio metallico di un drone fermare quello di Shahd.
Ma non c’è odio dentro di me.
Non verso quella macchina fredda
che può di sicuro decifrarne i lineamenti
ma non può sapere nulla della grazia
del viso di bambina.
Non c’è odio verso la meccanica spietata della morte
che ha trafitto la carne e la speranza.
Odio invece i miei pensieri
quelli che mordono lo stomaco
impasti di tristezza asfissiante
e di rabbia impotente.
Sentimenti che vorrei si scaricassero altrove
dove l’odio è origine e non destinazione.
Fosse nata altrove, forse Shahd oggi…
Ma a Gaza, no.
A Gaza, Shahd non è un’eccezione.
A Gaza, Shahd è una regola feroce.
A Gaza, Shahd muore tutti i giorni
e nessuno ascolta la sua voce.
A Gaza, Shahd muore sotto colpi che non fanno distinzioni tra civili e militari.
Muore nei posti che dovrebbero curare
quelle stanze fredde
bersagli dentro gli ospedali.
Corpi piccoli che pagano per intero
il conto disumano di grandi caporali.
Che gridano vendetta contro luci spente
e lo fanno sulla pelle di gente nata ieri.
Ché nascere è una colpa
quando muori da innocente.
Intanto il mondo intorno guarda altrove
non fa rumore la statistica glaciale
che disegna esseri umani senza pronunciarne il nome
banale come il male.
Se la scrittura ha ancora senso
se la parola può ancora diventar trincea
ed essere rifugio di questo dolore immenso
perché di tutto non rimanga che un’idea…
scriviamone.
Parliamone senza soluzione di continuità.
Pronunciamo il nome di Shahd
dei bambini di Gaza e di tutte le guerre di questa finta civiltà.
Urliamo i loro nomi.
Ché il nostro cuore non si abitui a infinito orrore
ché il loro sorriso riaccenda la luce
ché torni finalmente di nuovo a brillare.
questo cielo adesso nero, insanguinato.
E spento.

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