Mi ha molto colpito la notizia della chiusura di Wired Italia, gloriosa testata del panorama web. Ho letto, trattenendo il fiato e le emozioni, l’ultimo editoriale: Wired Italia chiude: lettera a chi non ci potrà più leggere.
Penso sinceramente che la chiusura di Wired Italia sia molto più significativa della scomparsa di una singola testata. È il simbolo di una crisi che riguarda un certo modo di fare giornalismo, e non solo. La sua chiusura dovrebbe interessare, e magari preoccupare, anche i piccoli editori che devono fare i salti mortali cercando di non farsi travolgere dalle rivoluzioni moderne.
Wired: molto più che una rivista
Wired non era semplicemente una rivista di tecnologia. Negli anni ha cercato di raccontare come la tecnologia cambiasse la società, la politica, la cultura, il lavoro, la scienza e perfino l’etica. In un panorama italiano spesso concentrato sulla cronaca o sul gossip tecnologico, aveva costruito un’identità precisa: spiegare il futuro prima che diventasse presente.
L’editoriale finale mi è sembrato volutamente poco nostalgico, un addio che non si concentra su un banale “ci mancherete” ma piuttosto parte da una riflessione più ampia, del tipo: “abbiamo fatto il nostro lavoro, adesso il futuro appartiene a chi verrà“. È una lettera alle generazioni future, non ai lettori di oggi. Personalmente la considero una scelta elegante e coerente con la storia della rivista.
Una domanda scomoda
Detto questo, la chiusura pone interrogativi a cui non sarà facile rispondere nell’immediato. Se una testata come Wired non riesce a reggersi economicamente, chi altro può farcela?
Roger Lynch, amministratore delegato di Condé Nast, la casa editrice di Wired Italia, ha spiegato che la decisione rientra in una riorganizzazione e che Wired Italia non era più considerata sufficientemente redditizia, nonostante il gruppo nel complesso fosse in crescita. (v. questo articolo de Il Fatto Quotidiano)
Il problema, però, è più ampio.
Oggi il mercato premia:
- contenuti brevissimi;
- video da pochi secondi;
- polemiche;
- titoli sensazionalistici;
- pubblicazioni continue.
Wired faceva l’opposto:
- articoli lunghi;
- approfondimenti;
- inchieste;
- riflessioni;
- tempo dedicato alla lettura.
È un modello che ritengo prezioso dal punto di vista culturale ma, purtroppo, economicamente sempre più difficile da sostenere.
È una buona notizia per progetti indipendenti?
Questa vicenda, però, mi fa pensare anche a un altro aspetto che riguarda in particolare i piccoli progetti indipendenti. La chiusura di Wired potrebbe sembrare una cattiva notizia per chi vuole fare editoria di qualità. Io però, nonostante tutto, riesco a leggerla anche sotto una luce diversa.
Le grandi case editrici hanno costi enormi e devono soddisfare obiettivi economici molto diversi da quelli di un progetto indipendente. Un progetto con una nicchia ben definita e un rapporto diretto con i lettori può essere molto più sostenibile, proprio perché non deve raggiungere milioni di persone.
Forse la lezione di Wired non è che la qualità non paga quanto, piuttosto, che la qualità da sola non basta più. Deve essere accompagnata da una comunità fedele, da un modello economico chiaro e da un rapporto diretto con i lettori.
Ed è proprio questo che oggi fanno molte newsletter indipendenti, specialmente su piattaforme come Substack.
In fondo, c’è un’ironia potente in tutto questo: mentre chiude una delle testate simbolo del giornalismo digitale italiano, stanno nascendo centinaia di piccole pubblicazioni indipendenti, spesso scritte da una sola persona, che riescono a sopravvivere grazie a poche migliaia di lettori realmente interessati.
Realtà del genere non sostituiranno mai una redazione come quella di Wired ma dimostrano che il futuro dell’editoria potrebbe essere meno “industriale” e molto più “artigianale”.

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