Quando, tra poche ore ormai, si saranno spenti i riflettori su questo Sanremo 2026, i fiori saranno stati portati via e gli abiti da migliaia di euro riposti nelle custodie, l’eco che rimarrà non sarà quella di una melodia memorabile, ma un rumore sordo, come di una saracinesca che si abbassa. Perché quest’anno, più che la musica, a trionfare è stata la censura.

Il ritorno dell’Istituto Luce (versione 2.0)
Sembra un paradosso, ma nel 2026 tocca ancora fare i conti con una dirigenza RAI che pare aver scambiato il manuale del servizio pubblico con i vecchi cinegiornali d’epoca. L’Istituto Luce è vivo e lotta insieme a noi, mimetizzato tra un intermezzo comico e una sfilata, tra uno spot pubblicitario e qualche nota qua e là.
Censurare una testata storica come l’Unità, un pezzo di carta e inchiostro che ha raccontato e contribuito a far nascere la Repubblica, è un segnale inquietante. Ma lo è ancora di più se si collega l’episodio della prima sera, appunto quello con ospite la signora che nel lontano 1946 ha votato REPUBBLICA, con quanto accaduto nella quarta sera, quando si è voluto censurare un “pericolo” ben più grande: UN BACIO! Il bacio che, alla fine della loro esibizione, si sono scambiate Levante e Gaia.
Un gesto che diventa “sporco” solo se visto attraverso le lenti appannate di chi siede ai piani alti. È la morale del perbenismo di facciata che prova a nascondere la polvere sotto un tappeto di paillettes.
Una vetrina di vetro, ma senza cristallo
Sanremo si conferma, edizione dopo edizione, una vetrina falsa. Una scatola di luci finte che servono solo a illuminare il vuoto cosmico. La sensazione è che si voglia stordire lo spettatore con la messa in scena per evitare che si accorga della mancanza di sostanza.
E in questo “nulla” luccicante, a rimetterci è l’unica cosa che dovrebbe contare: la canzone.
La crisi dell’anima: tra algoritmi e soliti (ig)noti
Il problema non è solo politico, è culturale. Ci troviamo di fronte a brani che sembrano usciti da una catena di montaggio. Sempre gli stessi quattro o cinque autori che firmano metà dei brani in gara, creando un’omologazione sonora che uccide la varietà.
E poi c’è il grande sospetto, quello che quest’anno si è fatto quasi certezza: l’aiutino dell’intelligenza artificiale. Non è un caso se molti testi appaiono vuoti, privi di quelle spigolosità e di quella sofferenza autentica che solo un autore in carne e ossa può trasmettere. La musica sta diventando un prodotto algoritmico, costruito per compiacere le playlist di Spotify piuttosto che per scuotere le coscienze. Canzoni senza anima per un pubblico che qualcuno vuole senza spirito critico.
Cosa meriterebbe davvero la censura?
Il vero scandalo non è un bacio sul palco o un titolo di giornale scomodo. Il vero scandalo è la mediocrità elevata a sistema. Mi viene in mente, a tal proposito, il giochino della seconda serata di Sanremo 2026, fatto passare da TIM come un grande successo dell’intelligenza artificiale. L’intelligenza artificiale è ben altro che quella roba lì eppure ci stiamo abituando, come italiani, a gioire di traguardi davvero minuscoli, millantando che si tratta di grandi conquiste.
Se proprio dovessimo invocare la censura, dovremmo usarla contro l’insignificanza di certi brani, contro la pigrizia intellettuale di chi gestisce il Festival e contro questo tentativo sistematico di anestetizzare il Paese con canzonette prodotte in laboratorio e scenette da recita della prima elementare.
Forse, un giorno, scopriremo che quello che volevano nasconderci non era un’opinione o un bacio, ma il fatto che il re è nudo. E che, spente le luci, non rimarrà un accordo che valga la pena ricordare.
Aggiornamento post conferenza stampa di Levante
Dopo la pubblicazione di questo mio articolo, sono arrivate le dichiarazioni di Levante in conferenza stampa. La cantante ha chiarito che il bacio non era programmato, che è stata una sua iniziativa estemporanea senza malizia e che, dunque, non c’è stata alcuna censura premeditata: il regista semplicemente non sapeva e non ha inquadrato il momento. Prendo atto di queste parole e, sinceramente, confido che sia andata proprio così. Mi auguro che, almeno su un gesto d’affetto spontaneo, non si sia abbattuta la scure del controllo preventivo.
Tuttavia, questo non sposta di un millimetro il nocciolo della questione. Se anche il bacio fosse “salvo” dal sospetto di censura, resta tutto il resto: una RAI che sembra aver perso la bussola del servizio pubblico, una gestione che preferisce il silenzio al confronto e, soprattutto, quel vuoto musicale e artistico di cui parlavo sopra.

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