Sono sempre più convinto – persuaso, direbbe il commissario Montalbano – che i gruppi Facebook siano una sorta di sette digitali.

Nati come luogo di condivisione per gente con gli stessi interessi e favoriti (in maniera eccessiva) nelle visualizzazioni dall’algoritmo di Facebook, sono diventati terreni impraticabili.

Che trattino di musica, di politica, di cucina, di pediatria o di qualsiasi altro tema, diventano presto “terra di conquista” per buona parte degli iscritti che in quei posti sfogano le loro pulsioni di frustrati. Per gli altri, pochi a dire il vero, non ci sono molte possibilità di dialogo costruttivo.

Chi commenta provando ad esprimere le proprie idee in contrasto, anche solo leggermente, con l’idea dominante del gruppo-setta viene attaccato dagli altri adepti senza alcuna possibilità di appello.

Non me ne vogliano quindi i miei amici se da oggi rifiuterò gli inviti di iscrizione a gruppi Facebook di qualsiasi genere.

Non me ne vogliano i moderatori dei gruppi a cui ero iscritto e dai quali mi sono appena cancellato.

Ci tengo a precisare che le parole di questo post non sono riferite ad un gruppo in particolare ma piuttosto alla psicologia malata che questo sistema crea; il tutto – legittimamente – voluto, cavalcato e promosso da Facebook. Da oggi senza il mio sostegno, anche indiretto.