Addio 2020, anno bisestile.
“Anno bisesto, anno funesto”, dicono. E così ogni episodio diventa pretesto perché lo ripetono. Io però spezzo una lancia a tuo favore. Non sono impazzito, non guardarmi stranito.
I tuoi predecessori bisestili hanno lasciato tutti un segno indelebile nella mia vita. Nel 2004, per esempio, sono rinato quando ormai non ci credevo più. Nel 2008 ho cominciato la vita nuova, quella che volevo, in un’altra città, dopo aver percorso una lunga strada, fatta di chilometri e trepidazioni. Il 2016 poi mi ha regalato un figlio quando ormai non lo aspettavo più. Poi, infine, è stato proprio grazie a te se quella lunga strada l’ho ripercorsa in senso contrario.
A questo punto non mi meraviglierei se proprio adesso arrivasse il colpo di teatro, un’onda d’urto che si senta fino al 2021. In fondo penso sia stata solo una sfortunata coincidenza e che ti sarebbe capitato tutto questo anche se del 29 di febbraio avessi fatto senza.
Nonostante tutto però qualcosa te la voglio chiedere, mentre riempi scatole di sofferenze e gioie e lasci il campo al tuo successore.
In quei pacchi hai messo artisti e grandi attori, gente comune sconosciuta insieme a musicisti e calciatori. Ci hai negato i pranzi e le uscite con gli amici; hai cambiato le abitudini di spesa e di lavoro, la scuola e il rito, finora mai scalfito, del cenone. Ci hai tolto il piacere delle strette di mano e degli abbracci alle persone. Hai nascosto, dietro strisce di tessuto colorato, sorrisi e delusioni, attimi sospesi e convenzioni.
Quello che ti chiedo è solo di lasciarci le istruzioni, per invecchiare senza più bisogno di lezioni. Perché se è vero che “andrà tutto bene” come cantavamo sui balconi, in mezzo agli arcobaleni, quello che davvero mi spaventa è la musica ogni giorno più stonata. Ed è vedere noi, che dovevamo diventare buoni, tutti incattiviti senza più balconi decorati.

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